mercoledì 15 febbraio 2012

Tutte le norme che inchiodano Marchionne

Tutte le norme che inchiodano Sergio Marchionne Fiat Fiom Claudio Messora Byoblu Byoblu.com

articolo di Valerio Valentini per Byoblu.com
Il 12 febbraio ho scritto degli operai Fiat epurati dallo stabilimento di Pomigliano perché appartenenti al sindacato Fiom, nel totale silenzio dei mezzi di informazione. Oggi vi mostro una marea di leggi, carte e normative nazionali e comunitarie, di accordi e di convenzioni internazionali a cui l’Italia ha aderito e che ha addirittura ratificato, che sono state palesemente violate dai vertici della Fiat, invitandovi a diffondere la notizia e ad aiutare gli operai di Pomigliano a ottenere giustizia.
  L’anticostituzionalità di un provvedimento come quello di Pomigliano, innanzitutto, e più in generale dell’atteggiamento tenuto da Sergio Marchionne negli ultimi mesi, appare evidente. E non si capisce perché Napolitano non si pronunci in tal senso. L’articolo 18 della nostra carta stabilisce che “i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale”. Inoltre l’articolo 39 ribadisce in maniera ancor più esplicita che “l'organizzazione sindacale è libera” e che “ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge”.
  Poi c'è lo statuto dei lavoratori (legge 300/1970). Marchionne potrà anche dire che questa legge non gli piace, ma fintanto che non sarà abrogata, andrà pur rispettata. Ebbene, all’articolo 14 lo Statuto recita: “il diritto di costituire associazioni sindacali, di aderirvi e di svolgere attività sindacale, è garantito a tutti i lavoratori all'interno dei luoghi di lavoro”. E l’articolo successivo, il 15, definisce “nullo qualsiasi patto od atto diretto a: 1) subordinare l'occupazione di un lavoratore alla condizione che aderisca o non aderisca ad una associazione sindacale ovvero cessi di farne parte; 2) licenziare un lavoratore, discriminarlo nella assegnazione di qualifiche o mansioni, nei trasferimenti, nei provvedimenti disciplinari, o recargli altrimenti pregiudizio a causa della sua affiliazione o attività sindacale ovvero della sua partecipazione ad uno sciopero”.
  Eppure, se ci fermassimo qui, si potrebbe pensare che queste leggi così fortemente protettive nei confronti dei lavoratori sono tipiche soltanto del nostro Paese. Si rischierebbe così di dare ragione al manager col maglione, che dice che “l’Italia è un peso per la Fiat” e che, con le sue logiche tese a salvaguardare soltanto i diritti degli operai, pone un freno allo sviluppo delle aziende. E invece non è così, visto che esistono una miriade di leggi internazionali che tutelano i lavoratori e le loro libertà sindacali.
 C’è ad esempio L’OIL, l’agenzia specializzata delle Nazioni Unite che si occupa di promuovere la giustizia sociale nell’ambito del lavoro, a cui aderiscono ben 178 Paesi, tra cui il nostro. Questa struttura si riunisce di tanto in tanto per approvare delle Convenzioni Internazionali che poi devono essere ratificate da tutti gli Stati membri. Esaminiamone alcune che configgono in maniera evidente con la condotta assunta dalla dirigenza della Fiat.
 L'articolo 1 della Convenzione 98 dell’OIL è chiaro: “i lavoratori devono beneficiare di un’adeguata protezione contro tutti gli atti di discriminazione tendenti a compromettere la libertà sindacale in materia di impiego. Tale protezione deve in particolare applicarsi a quanto concerne gli atti che abbiano lo scopo di: a) subordinare l’impiego di un lavoratore alla condizione che egli non aderisca ad un sindacato o smetta di far parte di un sindacato; b) licenziare un lavoratore o portargli pregiudizio con ogni altro mezzo, a causa della sua affiliazione sindacale o della sua partecipazione ad attività sindacali al di fuori delle ore di lavoro, o, con il consenso del datore di lavoro, durante le ore di lavoro”. Sembrano norme scritte su misura per il caso di Pomigliano.
 Poi c'è l'articolo 2 della Convenzione 111 dell’OIL, che richiama lo Stato ai propri doveri. Dunque è il caso che il nostro Governo intervenga in maniera rapida ed efficace, infatti: “ogni Stato membro per il quale la presente convenzione è in vigore s’impegna a formulare e ad applicare una politica nazionale tendente a promuovere, con metodi adatti alle circostanze e agli usi nazionali, l’uguaglianza di possibilità e di trattamento in materia d’impiego e di professione, al fine di eliminare qualsiasi discriminazione in questa materia”.
 Ancora, all'articolo 2, la Convenzione 87 dell’OIL sulla libertà di associazione e protezione del diritto sindacale non ammette varietà di interpretazioni. Prevede infatti che “i lavoratori e i datori di lavoro hanno il diritto, senza alcuna distinzione e senza autorizzazione preventiva, di costituire delle organizzazioni di loro scelta, nonché di divenire membri di queste organizzazioni, alla sola condizione di osservare gli statuti di queste ultime”. L’articolo 8, invece, al comma 2, ammonisce i governi: “la legislazione nazionale non dovrà ledere né essere applicata in modo da ledere le garanzie previste dalla presente convenzione”. Dunque, tutti quelli che in questi mesi straparlano di proporre il “modello Marchionne” come contratto nazionale, dicono delle grosse idiozie.
 Ma eccoci alla Convenzione dell’OIL del 1998.  L’articolo 2 ci interessa particolarmente, perché obbliga tutti gli Stati membri ad adeguarsi alle direttive dell’organizzazione. C’è scritto, infatti, che “tutti i Membri, anche qualora non abbiano ratificato le Convenzioni in questione, hanno un obbligo, dovuto proprio alla loro appartenenza all’Organizzazione, di rispettare, promuovere e realizzare, in buona fede e conformemente alla Costituzione, i principi riguardanti i diritti fondamentali che sono oggetto di tali Convenzioni: a) libertà di associazione e riconoscimento effettivo del diritto di contrattazione collettiva […] d) eliminazione della discriminazione in materia di impiego e professione”.
 E vogliamo parlare della Carta sociale europea? Bene: si tratta di un accordo sottoscritto a Strasburgo dagli Stati membri dell’Unione Europea nel 1996, e ratificata in Italia nel 1999. Anche in questa occasione si sottolinea – all’articolo 2 – che “tutti i lavoratori hanno diritto ad eque condizioni di lavoro” e che “tutti i lavoratori e datori di lavoro hanno diritto di associarsi liberamente in seno ad organizzazioni nazionali o internazionali per la tutela dei loro interessi economici e sociali” (articolo 5). E, tanto per essere chiara, la Carta sociale europea, con l’articolo 26, sancisce che “tutti i lavoratori hanno diritto alla dignità sul lavoro”. Venire sbeffeggiati, ingiuriati, costretti a stare in piedi per ore e ore perché “avere la tessera FIOM non è salutare”, come è capitato ai lavoratori di Pomigliano, non è affatto dignitoso.
 Come dimenticare poi la Carta di Nizza del 2000, entrata in vigore in tutti gli Stati dell’UE a partire dal 2003. Questa “carta” tende ad uniformare le legislazioni dei vari Paesi europei su alcune materie, tra cui quella del lavoro. All’articolo 12, essa recita: “ogni individuo ha diritto alla libertà di riunione pacifica e alla libertà di associazione a tutti i livelli, segnatamente in campo politico, sindacale e civico, il che implica il diritto di ogni individuo di fondare sindacati insieme con altri e di aderirvi per la difesa dei propri interessi”. L’articolo 28, invece, stabilisce che “i lavoratori e i datori di lavoro, o le rispettive organizzazioni, hanno, conformemente al diritto comunitario e alle legislazioni e prassi nazionali, il diritto di negoziare e di concludere contratti collettivi, ai livelli appropriati, e di ricorrere, in caso di conflitti di interessi, ad azioni collettive per la difesa dei loro interessi, compreso lo sciopero”. Dunque non può esistere alcuna ritorsione, da parte dei dirigenti Fiat nei confronti degli iscritti alla FIOM per il fatto che appartengono al sindacato più ostile all’accordo proposto dall’azienda.
 Per finire, ecco il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici . È un trattato delle Nazioni Unite adottato nel 1966 ed entrato in vigore dieci anni più tardi, e che tutti i Paesi firmatari (tra cui l’Italia) sono tenuti a rispettare. L’articolo 22 è questo: “ogni individuo ha diritto alla libertà di associazione, che include il diritto a costituire sindacati e a aderirvi per la tutela dei propri interessi. L'esercizio di tale diritto non può formare oggetto di restrizioni, tranne quelle stabilite dalla legge e necessarie in una società democratica, nell'interesse della sicurezza nazionale, della sicurezza pubblica, dell'ordine pubblico”.
 Ora, alla luce di tutto ciò, non si capisce perché nessun uomo politico abbia voluto inchiodare la Fiat ai suoi doveri e al rispetto delle leggi. Se si scippa una vecchietta alle poste siamo tutti pronti all'indignazione e alla rivendicazione di una rapida giustizia, ma se invece si stupra la dignità di migliaia di operai eccoci in silenzio a fare spallucce? Perché non ci rendiamo conto della pericolosità di creare un precedente come quello che riguarda i dipendenti della Fiat? E perché non realizziamo che stiamo commettendo un reato gravissimo nel consegnare ai nostri figli un Paese con meno diritti e con meno libertà?
 L’Italia, è bene ricordarselo, è una repubblica democratica fondata sul lavoro. Se si minano le fondamenta, cioè il lavoro, cosa potrà mai avvenire al resto dell'edificio?
Valerio Valentini

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